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Perché stanno tornando le telefonate: forse ci manca essere davvero presenti | Andrea Magini

andreamagini
1 giorno fa
Tempo di lettura: 4 min



Persona che parla al telefono, riflessione di Andrea Magini sul ritorno delle telefonate e sulla presenza nelle relazioni nell'epoca dei messaggi.

C'è stato un periodo in cui, se volevi parlare con qualcuno, gli telefonavi, si, c'è stato anche un momento in cui si usavano i piccioni viaggiatori ,ma non sono così vecchio ok ? . In effetti sembra l'inizio di un documentario sulla civiltà etrusca, ma è successo davvero fino a relativamente pochi anni fa: prendevi il telefono, facevi un numero e dall'altra parte poteva accadere una cosa che oggi appare quasi inconcepibile, qualcuno rispondeva senza sapere prima che cosa volevi. Non c'era il messaggio preliminare, non c'era «posso chiamarti?», non c'era nemmeno la possibilità di vedere chi fosse, almeno quando ero ragazzo io. Il telefono di casa squillava e basta, poteva essere tua zia, un amico, uno che aveva sbagliato numero oppure qualcuno che cercava tuo padre e al quale dovevi spiegare che tuo padre non c'era, anche se tuo padre era a due metri da te e ti stava facendo disperatamente segno di no. Era un sistema tecnologicamente rudimentale ma pedagogicamente straordinario: ti insegnava a mentire sotto pressione.

Poi abbiamo migliorato tutto. È arrivato il cellulare, abbiamo finalmente saputo chi ci chiamava e abbiamo conquistato uno dei grandi diritti civili della modernità: non rispondere. Successivamente abbiamo perfezionato ulteriormente il sistema, prima gli SMS, poi WhatsApp, i vocali ( che il signore perdoni l'inventore di questa tortura, io ne ricevo alcuni lunghi come un podcast ), le chat, i messaggi sui social, finalmente potevamo comunicare senza correre il terribile rischio che l'altra persona ci rispondesse immediatamente. Oggi possiamo passare un'intera giornata parlando con venti persone senza aver parlato realmente con nessuno e, quando il telefono squilla davvero, lo guardiamo con la stessa espressione con cui nel 1987 avremmo guardato uno sconosciuto entrare dalla finestra.

La cosa interessante è che adesso la telefonata sembra riaffacciarsi, non necessariamente come abitudine dominante, ma proprio perché è diventata rara. È un meccanismo che conosco bene e che sta anche dentro il mio nuovo spettacolo Do You Remember?: abbiamo passato trent'anni a liberarci di oggetti, gesti e piccole complicazioni perché arrivava qualcosa di più moderno e più comodo, poi a un certo punto abbiamo cominciato a guardarci indietro. Abbiamo tolto i fili da qualsiasi cosa e oggi ricompriamo cuffie con il filo, abbiamo buttato i vinili perché il CD era più pratico, poi il CD perché lo streaming era ancora più pratico e adesso compriamo nuovamente vinili spendendo trenta euro per avere l'incredibile privilegio di alzarci dal divano ogni ventidue minuti. È uno dei territori che mi interessa esplorare nello spettacolo: non perché gli anni Ottanta e Novanta fossero migliori (per alcune cose lo erano , io ad esempio non avevo la pancia e non avevo la cervicale ) ma perché guardare ciò che abbiamo abbandonato qualche volta ci fa capire meglio ciò che abbiamo guadagnato e ciò che abbiamo perso, i capelli ad esempio.

Con il telefono la faccenda diventa ancora più interessante, perché la telefonata aveva un costo preciso: richiedeva presenza. Se ti telefonavo, per quei dieci minuti dovevi esserci, non potevi leggere il mio messaggio mentre eri al supermercato, rispondermi tre ore dopo davanti alla televisione e mandarmi un pollice alzato mentre contemporaneamente scrivevi ad altre quattro persone. Dovevi ascoltarmi e io dovevo ascoltare te. Naturalmente poteva essere una rottura di scatole colossale, non idealizziamo il passato perché è il modo migliore per ricordarlo male: c'erano telefonate interminabili, parenti che chiamavano durante la cena e quella meravigliosa telefonata delle otto e mezzo del mattino di Domenica nella quale qualcuno esordiva dicendo «Ti ho svegliato?», dopo averti appena svegliato.

Però sarebbe altrettanto sbagliato raccontare questa storia come se il messaggio fosse semplicemente una versione impoverita della telefonata. Scrivendo L'asino che ragliava meglio ho rimesso in ordine molti pezzi della mia esperienza con la neurodivergenza e uno di questi riguarda proprio la comunicazione. La possibilità di non essere obbligato a rispondere nell'istante esatto in cui qualcun altro decide di parlarmi, di avere qualche minuto per mettere in ordine ciò che voglio dire, di rileggere una frase prima di inviarla, per me non è necessariamente un impoverimento. A volte è esattamente il contrario. La tecnologia ci ha tolto alcune cose, ma ce ne ha date altre e, a seconda di come funziona la persona che la usa, la stessa distanza che per qualcuno è freddezza può diventare per qualcun altro uno spazio prezioso.

È per questo che non ho nessuna intenzione di fare il reduce dell'analogico. Do You Remember? non nasce per sostenere che nel 1989 fossimo tutti più felici perché avevamo il telefono della SIP e 6 canali televisivi, nasce dalla curiosità di mettere il presente accanto al passato e vedere che cosa succede. Anche perché il passato, quando lo raccontiamo bene, smette di essere una collezione di oggetti vintage e diventa uno specchio: guardando come telefonavamo allora possiamo accorgerci di come comunichiamo oggi, e magari capire che non esiste un sistema perfetto.

Per chi ha come me passato una vita fra radio, televisione, teatro, musica, comicità e regia, questa differenza la conosco anche professionalmente. Una parte enorme del mio lavoro vive in cose che non stanno nelle parole: il tempo prima di una battuta, una pausa, il modo in cui dici una frase, la respirazione di una sala quando capisci che il pubblico è con te. Provate a trascrivere una battuta detta bene da un comico e spesso sulla pagina sembra molto meno divertente, non manca la battuta, manca tutto il resto. Una telefonata conserva una parte di quel “resto”: la voce, l'esitazione, una risata che capisci immediatamente se è vera, quel secondo di silenzio che cambia completamente il significato della frase precedente.

Forse è per questo che qualcuno sta tornando a telefonare. Non perché WhatsApp abbia fallito e nemmeno perché improvvisamente ci sia venuta nostalgia della rotella con i numeri, ma perché ogni mezzo ci permette qualcosa e contemporaneamente ci porta via qualcos'altro. In un mondo nel quale possiamo decidere quando leggere, quando rispondere, quando apparire online e perfino quando far sapere agli altri che abbiamo letto, una telefonata continua a dire una cosa molto semplice: «Per qualche minuto ci sono». Il messaggio, invece, qualche volta ci permette di dire: «Dammi il tempo di esserci nel modo giusto».

Forse non dobbiamo scegliere quale dei due mondi fosse migliore.

Possiamo finalmente capire che cosa ci serviva dell'uno e che cosa ci serve dell'altro.

Ed è esattamente questo, molto più della nostalgia, che mi interessa ricordare.



Andrea Magini – autore, attore e cantautore italiano.

Scrive di spettacolo, musica e narrazione contemporanea


 
 
 

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