Neurodivergenza e comunicazione: quando il problema è anche il contesto.

Per anni ho pensato che comunicare bene significasse trovare le parole giuste. È una convinzione abbastanza comoda, perché trasforma tutto in una questione tecnica: se non riesci a farti capire, devi spiegarti meglio (E grazie al ....). Devi essere più chiaro, più ordinato, più sintetico. Magari devi anche abbassare la voce, guardare negli occhi la persona davanti a te e possibilmente non sembrare uno che nel frattempo sta pensando ad altre diciassette cose diverse . Poi passa il tempo e scopri una cosa leggermente comoda: a volte le parole sono quelle giuste, ma è la stanza in cui stai cercando di dirle ad essere sbagliata.( frase tecnica che in maniera prosaica viene esemplificata da un modo di dire pisano ..."Un po' per uno in collo a babbo eh!" )
Oggi ho trovato uno studio pubblicato nel numero di settembre della rivista Autism. Riguarda le esperienze riferite da 154 adulti autistici e prende in considerazione una cosa apparentemente banale: quanto cambia la comunicazione a seconda dell'ambiente, del rumore, della familiarità della situazione, dello stato emotivo e perfino della persona che abbiamo davanti. Ora, non è che questo significa che funzioni così per tutte le persone autistiche, e neanche per tutte le persone neurodivergenti. Però ci da un'informazione importante: nelle esperienze raccolte da quella ricerca, comunicare non dipende soltanto da chi parla. Dipende anche da dove sta parlando e con chi.
Quando ho scritto L'asino che ragliava meglio non stavo cercando una teoria, stavo, piuttosto, cercando di ricostruire la mia storia e in quella storia ritrovare la mia vita. Nel libro c'è una frase che oggi mi sembra ancora più importante di quando l'ho scritta: quel raglio era «una lingua che allora nessuno parlava». La ricerca di oggi non dimostra certamente la mia esperienza personale ma mi ha fatto tornare a quella frase da un'altra porta d'ingresso, da un'altra strada. Per moltissimo tempo infatti la domanda è stata: che cosa c'è che non va nel raglio?
Forse avremmo dovuto chiederci anche che cosa c'era nella stanza.
Una stanza può essere una stanza vera. Un posto pieno di persone che parlano contemporaneamente, una luce che disturba, una televisione accesa, qualcuno che ti fa una domanda mentre stai ancora elaborando quella precedente. Ma può essere anche una scuola, un posto di lavoro, una famiglia, un ambiente artistico...Insomma, può essere qualunque luogo abbia già deciso, a prescindere, quale sia il modo corretto di stare al mondo e quindi, inevitabilmente, anche quello corretto di comunicare, e poi dicono che l'arrogante sono io...vabbè!.
Io di stanze ne ho frequentate parecchie. Studi televisivi, radio, palcoscenici, sale prove, teatri. E qui arriva il paradosso: su un palco posso stare davanti a centinaia di persone ed essere perfettamente a mio agio, mentre una conversazione apparentemente molto più semplice può richiedermi uno sforzo enorme. Se la difficoltà fosse soltanto «parlare con le persone», questa cosa non avrebbe alcun senso, ma,credetemi, ne ha parecchio quando cominci a considerare il contesto.
Il teatro, da questo punto di vista, mi ha insegnato moltissimo senza che me ne rendessi conto. In teatro il contesto non viene considerato un dettaglio. Un regista sa che la stessa battuta detta con una luce diversa, dopo una pausa diversa, con un attore mezzo metro più avanti o più indietro, può cambiare completamente significato. Nessuno direbbe all'attore: «La battuta è quella, quindi tutto il resto non conta». Tutto il resto conta, eccome se conta!
E allora mi domando perché nella vita quotidiana facciamo spesso il contrario:
Quando qualcuno fatica a comunicare, la prima cosa che correggiamo è lui "Parla più piano." " Guardami quando ti parlo." "Non interrompere." "Concentrati." "Non essere così diretto." "Non fare quella faccia." "Cerca di capire il momento." Tutte richieste che prese singolarmente possono perfino,alcune, avere senso, ma che sommate raccontano sempre la stessa storia: l'ambiente rimane immobile e la persona deve adattarsi all'ambiente.
È uno dei motivi per cui considero L'asino che ragliava meglio un memoir e non un manuale. Non ho una formula da consegnare a qualcuno dicendo: fai queste cinque cose e finalmente il mondo ti capirà. Sarebbe una bugia, e oltretutto una di quelle particolarmente fastidiose perché viene venduta con il sorriso. Posso raccontare cosa è successo a me. Posso raccontare quante energie ho speso cercando di imparare la lingua delle stanze nelle quali entravo. Posso raccontare anche che, a un certo punto, ho cominciato a chiedermi se almeno qualcuna di quelle stanze potesse imparare due parole della mia.
Da questa stessa domanda sta nascendo anche il lavoro che chiamo Stand Up Therapy. Non perché una battuta curi qualcuno — non faccio lo psicoterapeuta faccio il comico ,grazie a Dio! — ma perché conosco molto bene il potere che può avere cambiare il contesto nel quale una cosa viene detta. Ci sono argomenti che in una stanza diventano una diagnosi, in un'altra una confessione e su un palco possono diventare una risata. Il fatto raccontato è lo stesso, ma è cambiata la stanza.
E qualche volta quella risata fa una cosa sorprendente: rende possibile ascoltare ciò che un minuto prima avremmo respinto.
Forse è questa la parte che oggi mi interessa di più della neurodivergenza. Per anni abbiamo guardato soprattutto la persona chiedendoci quanto fosse capace di adattarsi. Quanto riuscisse a sembrare adeguata, produttiva, socievole, concentrata, comprensibile. È una domanda legittima, ma non può essere l'unica.
Ogni tanto bisognerebbe girare la telecamera.
Guardare la scuola. Guardare l'ufficio. Guardare la famiglia. Guardare il gruppo. Guardare perfino noi stessi quando siamo dall'altra parte della conversazione.
E domandarci, almeno una volta:
siamo proprio sicuri che il problema sia sempre il raglio?
Magari qualche volta è la stanza.
Andrea Magini – autore, attore e cantautore italiano.
Scrive di spettacolo, musica e narrazione contemporanea




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