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Abbiamo passato trent’anni a togliere i fili. Adesso li stanno ricomprando.

andreamagini
26 ago
Tempo di lettura: 6 min

Vintage headphones, iPod, camera, flip phone and vinyl on a table; blurred person uses a phone amid social media icons. Andrea Magini

Qualche giorno fa ho scoperto una cosa che mi ha fatto sentire contemporaneamente vecchio, soddisfatto e leggermente preso per il culo dalla storia. I ragazzi stanno ricomprando le cuffie col filo. Non solo. Comprano vecchi iPod, macchine fotografiche digitali dei primi anni Duemila, telefoni a conchiglia, CD, vinili.

Cioè, fammi capire. Io ho passato buona parte della mia vita ad aspettare che inventassero qualcosa che mi permettesse di non portarmi dietro tutta quella roba e adesso arriva uno di vent’anni e se la ricompra? Manca soltanto che qualcuno apra un negozio di VHS a Brooklyn e possiamo dichiarare definitivamente fallito il progresso.

E invece no. Perché la cosa interessante è che, a quanto pare, non lo fanno soltanto perché “fa vintage”. Il 24 agosto Euronews ha raccontato proprio questa tendenza: una parte della Generazione Z sta recuperando dispositivi tecnologici vecchi o volutamente semplici per sottrarsi almeno ogni tanto alle notifiche, ai social, agli algoritmi e alla sensazione di dover essere perennemente connessi.

Ed è qui che la faccenda comincia a diventare interessante, perché noi, quelli della mia generazione, volevamo esattamente il contrario.

Noi volevamo il futuro

Non raccontiamoci balle. Non stavamo negli anni Ottanta e Novanta pensando: “Ah, che bello questo rapporto sano e consapevole con la tecnologia”. No. Se qualcuno nel 1987 mi avesse detto: “Un giorno avrai in tasca un apparecchio con dentro tutta la musica del mondo, una macchina fotografica, una videocamera, un navigatore, il telefono, la televisione, l’enciclopedia, il giornale e pure una signora che ti dice dove svoltare a destra”, io probabilmente gli avrei chiesto dove firmare.

Noi il futuro lo volevamo. Lo aspettavamo. E possibilmente lo volevamo entro Natale.

Volevamo telefoni più piccoli, computer più veloci, televisori più grandi, macchine fotografiche senza rullino, musica senza cassette, cassette senza nastro che si attorcigliava. E soprattutto volevamo eliminare i fili.

I fili erano il nemico: il filo del telefono, il filo delle cuffie, il filo del mouse, il filo della tastiera. Se avessero inventato anche la lampada senza filo avremmo probabilmente organizzato una processione in onore dell’inventore.

E ce l’abbiamo fatta. Solo che forse ce l’abbiamo fatta troppo bene.

Il telefono che faceva una cosa sola

Mi ricordo quando il telefono serviva per telefonare. È una frase che detta oggi sembra l’inizio di un documentario sui Sumeri.

Il telefono squillava. Tu rispondevi. Se non eri in casa, non rispondevi. Fine. La persona che ti cercava sopravviveva. Incredibile, ma succedeva.

Non esisteva il: “Ti ho scritto”, “Non hai visualizzato”, “Perché eri online?”, “Ho visto che hai messo il like”, “Come mai non mi hai risposto se cinque minuti fa hai pubblicato una storia?”. Se uscivi di casa, per una parte del mondo semplicemente sparivi. E non era digital detox. Era martedì.

Oggi, invece, per sparire devi organizzarti. Devi silenziare, disattivare, mettere la modalità aereo, togliere le notifiche, disinstallare un’app. Magari installare un’altra app che ti aiuti a usare meno le app, che è già di per sé una forma di comicità involontaria straordinaria.

Gli oggetti avevano dei confini

Ed è qui che comincio a capire perché un ragazzo di vent’anni possa desiderare un iPod. Un vecchio iPod non fa quasi niente. Ma quel poco che fa, lo fa con una chiarezza meravigliosa.

Suona musica. La musica che ci hai messo tu. Non sa che ieri hai ascoltato tre volte una canzone triste. Non deduce che potresti essere depresso. Non ti propone una playlist intitolata “Malinconia del mercoledì sera”. Non cerca di venderti un materasso. Non ti avvisa che qualcuno che non vedi dal 2018 ha pubblicato una foto al mare.

Tu premi play. E lui suona.

Una cuffia col filo è ancora peggio. La attacchi. Funziona. Non devi controllare se è al 12%, non devi accoppiarla, non devi scoprire perché la cuffia destra si è collegata al telefono mentre quella sinistra sta probabilmente dialogando con il frigorifero del vicino.

Ha un filo. Che per trent’anni abbiamo considerato un difetto. Adesso quel filo comincia quasi a sembrare una dichiarazione d’indipendenza.

Euronews racconta proprio questo: i dispositivi a funzione singola piacciono anche perché interrompono il flusso continuo di notifiche, pubblicità, tracciamenti e distrazioni. Persino ascoltare un disco o fare una fotografia torna a essere un gesto intenzionale, invece di una funzione dispersa in mezzo ad altre cinquanta.

Forse è questo che avevamo perso. Non gli oggetti. I confini.

Il Super Tele non voleva sapere niente di me

Pensavo a questa cosa mentre riguardavo alcuni materiali di Do You Remember?. Il Super Tele. Le diecimila lire. Le vecchie pubblicità. Le canzoni. Gli oggetti che usiamo nello spettacolo per ricostruire un pezzo di memoria condivisa.

Il Super Tele, per esempio, era un pallone tecnicamente discutibile. Bastava un vento di quattro nodi e un tiro destinato all’incrocio dei pali poteva finire in provincia di Lucca. Però aveva un vantaggio enorme: non voleva niente da te.

Non raccoglieva dati. Non chiedeva di accettare i cookie. Non ti consigliava altri palloni che potevano piacerti. Non ti mandava una notifica: “È da tre giorni che non giochi. Vuoi mantenere la tua serie?”.

Era un pallone. E quando giocavi con quel pallone stavi facendo quella cosa lì. Non contemporaneamente altre dodici.

Forse il ricordo che abbiamo di certi oggetti non dipende dal fatto che fossero migliori. Molti non lo erano affatto. Dipende dal fatto che occupavano uno spazio preciso nella nostra vita. E poi smettevano.

Il paradosso è che adesso dobbiamo scegliere di essere offline

YouGov ha fotografato qualcosa di molto simile anche in Italia. Nel 2026 il 33% degli italiani dichiara di praticare già forme di digital detox e un altro 40% dice che vorrebbe farlo. Nella stessa analisi YouGov parla di una vera e propria “economia analogica”: ritorno ad attività manuali, rituali più semplici ed esperienze offline come risposta all’iperconnessione.

Ed è questo il passaggio che mi incuriosisce più di tutti. Noi eravamo offline perché non potevamo fare diversamente. Loro stanno cercando di esserlo perché possono scegliere. È completamente diverso.

Io non aspettavo una telefonata accanto al telefono fisso perché avevo compreso il valore della presenza. La aspettavo lì perché il telefono era attaccato al muro. Non ascoltavo un disco intero perché ero un raffinato cultore dell’esperienza musicale. Spesso lo ascoltavo intero perché per saltare una canzone dovevo alzarmi. Non facevo tre fotografie a una serata perché avevo un rapporto più autentico con il momento. Ne facevo tre perché sviluppare trentasei foto costava.

La necessità produceva comportamenti che oggi qualcuno cerca volontariamente di recuperare. Ed è questa la parte meravigliosamente ironica della faccenda.

Non si stava meglio quando si stava peggio

Qui però devo chiarire una cosa. Io indietro non ci tornerei. Nemmeno sotto minaccia.

Google Maps è meglio del Tuttocittà, Spotify è infinitamente più comodo che portarsi dietro quindici cassette, le foto digitali sono meglio di quelle che scoprivi dopo una settimana essere tutte mosse perché tuo cugino aveva messo un dito davanti all’obiettivo. Se mi si rompe la macchina di notte preferisco avere un cellulare piuttosto che affidare la mia sopravvivenza a un’automobile di passaggio e alla bontà del genere umano.

Il progresso è progresso. Il problema, forse, è che abbiamo pensato che ogni limite eliminato fosse automaticamente un miglioramento. E non sempre è così.

Perché una tecnologia che può fare tutto pretende inevitabilmente una parte enorme della nostra attenzione. E l’attenzione è una risorsa strana. Non te ne accorgi quando te la portano via a pezzetti: una notifica qui, un messaggio là, un video di trenta secondi, una mail, un’altra notifica, uno che ti manda il reel di un cane che balla.

Quando finalmente alzi la testa non è successo niente di terribile. È soltanto passata un’ora.

Forse Do You Remember? parla anche di questo

Quando ho cominciato a costruire Do You Remember? pensavo soprattutto alla memoria. Alle cose che appartengono a una generazione, alle canzoni che bastano tre note, agli oggetti che basta vedere da lontano, alle diecimila lire, ai giocattoli, alle pubblicità, a quel mondo che è sparito senza che ce ne accorgessimo davvero.

Poi però succede una cosa curiosa. Se dei ragazzi che non hanno vissuto quel mondo cominciano a recuperare alcuni dei suoi oggetti, forse non stanno cercando il nostro passato. Stanno cercando qualcosa che nel loro presente manca.

E allora la nostalgia cambia significato. Non è più soltanto: “Ti ricordi quanto era bello?”. Diventa: “Che cosa avevamo allora che, nel costruire tutto questo, abbiamo lasciato per strada?”.

Forse era il tempo morto. Forse era l’attesa. Forse era poter essere irreperibili senza doverlo dichiarare. Forse era semplicemente il fatto che una cosa, ogni tanto, servisse soltanto a fare una cosa.

Non lo so. Di sicuro trovo meraviglioso che noi abbiamo passato trent’anni a costruire apparecchi senza fili e oggi qualcuno scelga volontariamente di rimetterseli.

La storia ha un senso dell’umorismo notevole.

E forse il passato non torna mai davvero. Ogni tanto, però, torna a ricordarci qualcosa che nel futuro abbiamo dimenticato.


Andrea Magini – autore, attore e cantautore italiano.

Scrive di spettacolo, musica e narrazione contemporanea

 
 
 

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