La battuta non evita il fallimento. Decide cosa farne dopo

C’è una cosa che chi fa spettacolo impara abbastanza presto, e...anche se normalmente preferirebbe impararla da un libro, lo impara ,purtroppo, sempre dal vivo e in maniera maledettamente inaspettata: puoi avere esperienza, mestiere, preparazione e perfino una discreta opinione di te stesso, ma prima o poi qualcosa che hai scritto entrerà in una stanza e morirà e non lo farà con dignità, possibilmente accompagnato da un violino e dalle ultime parole dei presenti, no, lo farà in un indifferente silenzio. Tu dirai la battuta che sulla carta funzionava perfettamente e davanti a te ci saranno esseri umani che continueranno serenamente a respirare, anche se tu vorresti vederli cianotici ed agonizzanti, senza manifestare alcuna intenzione di ridere. In quel momento puoi avere trent’anni di carriera oppure essere salito sul palco ieri sera: il risultato è democraticamente identico, stai facendo una figura di merda!
Mi ha fatto sorridere leggere quello che ha raccontato in questi giorni Chris Cantrill, vincitore dell’Edinburgh Comedy Award ed entrato nella squadra di SNL UK. Prima di cominciare gli avevano fatto una formazione aziendale sulla resilienza e lui, considerandosi ormai un performer con parecchia esperienza, l’aveva presa più o meno per quello che probabilmente avrei pensato anch’io: grazie, molto interessante, ma faccio questo mestiere da anni e se permettete spacco il culo ai passeri! ( con buona pace dei passeri che credo presto faranno una class action contro chi ha inventato sta frase fatta ). Poi arriva il primo read-through, uno dei suoi sketch viene tagliato o comunque muore davanti alla sala e improvvisamente la teoria sulla resilienza acquista un fascino che qualche ora prima non possedeva. La sua reazione è meravigliosa proprio perché non cerca di nobilitare il fallimento: a quel punto chiede se per caso sia possibile avere un richiamo del corso " Hey.....scusate, quella storia del corso sulla resilienza che vi ho detto che non serviva...ripensandoci , c'è mica modo di farlo, anche due o tre volte consecutive magari "
Questa storia mi interessa per un motivo molto preciso. Quando si parla di resilienza, crescita personale o capacità di affrontare le difficoltà, abbiamo sviluppato un linguaggio che tende immediatamente a migliorare ciò che è successo. Il fallimento diventa un’opportunità, l’errore diventa una lezione, la porta chiusa probabilmente nasconde una finestra e, continuando di questo passo, prima o poi qualcuno ci spiegherà che essere investiti da un auto rappresenta una meravigliosa occasione per conoscere il personale del pronto soccorso.
Io credo invece che alcune cose possano tranquillamente rimanere ciò che sono. Se una battuta non fa ridere, non ha funzionato. Se uno sketch viene tagliato, è stato tagliato. Se uno spettacolo va male, quella sera è andato male. Non abbiamo nessun obbligo morale di trasformare immediatamente tutto in qualcosa di positivo, perché a volte questo tentativo produce un effetto quasi grottesco: oltre ad avere preso una legnata, dobbiamo anche sentirci in colpa perché non siamo abbastanza evoluti da apprezzarla. Il punto che mi interessa nella Stand Up Therapy , il metodo che uso,ad esempio, nel mio libro l'asino che ragliava meglio, è esattamente l’opposto. Il fatto non cambia. Quello che può cambiare è ciò che facciamo dopo con quel fatto.
Nel lavoro che sto facendo per mettere a fuoco la Stand Up Therapy sono arrivato a una struttura molto semplice: subire, osservare, riscrivere. La prima fase non è facoltativa. Prima qualcosa succede e noi ce la prendiamo tutta. Non esiste ancora distanza, non c’è analisi e soprattutto non c’è la battuta. Se sul palco faccio una cosa che considero divertentissima e nessuno ride, in quel momento non sto facendo antropologia del pubblico: sto pensando che sto facendo una gran figura di cacca.
Poi, se riesco, arriva il secondo passaggio. Osservo: Che cosa è successo esattamente? Perché quella situazione mi ha colpito? Dove sta l’assurdità? Quale dettaglio non ho visto mentre ero completamente dentro l’avvenimento? È un movimento piccolo ma fondamentale, perché per osservare una scena devo inevitabilmente smettere per qualche secondo di coincidere completamente con il personaggio che la sta subendo.
Infine posso provare a riscriverla. Non significa inventare una versione falsa nella quale improvvisamente ho vinto, è, piuttosto, aggiungere una seconda lettura alla prima. Lo sketch continua a essere morto, ma adesso esiste anche il comico esperto che, dopo aver considerato inutile una lezione sulla resilienza, viene preso a schiaffi dalla realtà e domanda educatamente se sia possibile ripeterla. Il fallimento è ancora lì. Semplicemente non è più l’unico autore della scena.
Il comico non è quello a cui non succede niente
Questa distinzione per me è fondamentale perché esiste un’immagine abbastanza strana del comico come persona capace di ridere sempre di tutto. Non funziona così. Chi fa comicità si arrabbia, soffre, si offende, sbaglia, si sente ridicolo e qualche volta prende le cose molto peggio degli altri, chiedete a mia moglie se volete delle conferme . Il mestiere non consiste nell’ avere sviluppato un sistema immunitario contro la vita. Consiste semmai nell’ avere allenato un secondo movimento che, qualche volta e quando è possibile, arriva dopo.
È qualcosa che conosco bene anche dal mio lavoro. In tanti anni di palco ho avuto serate bellissime e serate nelle quali avrei voluto verificare se fosse tecnicamente possibile fingere una crisi epilettica, una morte improvvisa, un dignitoso svenimento. Ho detto battute che ero convinto avrebbero funzionato e che sono atterrate davanti al pubblico con la grazia di un frigorifero buttato dal quarto piano. In quel momento non c’è nessuna Stand Up Therapy che tenga: vorresti soltanto che il pavimento avesse una botola. Ma dopo può succedere qualcosa. Quella scena comincia a diventare raccontabile. Il silenzio assume una forma, il tuo imbarazzo diventa visibile anche a te, compare un dettaglio che prima non avevi notato. E magari scopri che proprio il tentativo fallito contiene una storia migliore della battuta che volevi raccontare.
Nel documento con cui sto definendo la Stand Up Therapy ho dato un nome anche a questo principio: obcordazione. È una parola costruita intorno all’idea del cor, del cuore. La seconda lettura comica non deve cancellare il cuore dell’esperienza originale. Se una cosa ha fatto male, quella parte rimane vera. Se mi sono sentito umiliato, spaventato o sconfitto, non devo riscrivere la storia facendo finta che in realtà stessi benissimo.
Questo è il confine che mi interessa proteggere, perché altrimenti la comicità rischia di diventare semplicemente un altro modo per evitare ciò che sentiamo. La battuta non deve dire “non era niente”. Può dire: “Era qualcosa. Adesso però posso guardarla anche da qui”. È una differenza enorme. Nel primo caso sto cancellando una parte della storia. Nel secondo ne sto aggiungendo una.
Ed è anche il motivo per cui non considero automaticamente ogni cosa che faccio Stand Up Therapy. Uno spettacolo comico può essere semplicemente uno spettacolo comico e va benissimo così. Una canzone può essere una canzone. Una battuta può avere l’unico magnifico scopo di far ridere. La Stand Up Therapy comincia quando la struttura comica viene usata consapevolmente per modificare la relazione narrativa con qualcosa che abbiamo vissuto, senza pretendere di modificarne retroattivamente la realtà.
Ripensando a L’asino che ragliava meglio, mi sono accorto che una parte di questo meccanismo era già lì molto prima che trovassi il modo di definirlo. Il libro racconta esperienze legate alla neurodivergenza, agli errori di interpretazione, alla sensazione di funzionare con istruzioni differenti da quelle ricevute dagli altri. Molte di quelle esperienze, mentre accadevano, non avevano niente di divertente.
Raccontandole è comparsa però una seconda posizione. Non ho cancellato quello che era successo e non ho cercato di dimostrare che in fondo fosse stato tutto meraviglioso. Ho potuto guardare il personaggio che ero stato, vedere le situazioni nelle quali si infilava, riconoscere la distanza fra ciò che pensava di stare facendo e quello che gli altri vedevano. In alcuni punti quella distanza era dolorosa. In altri era inevitabilmente comica. Spesso era entrambe le cose contemporaneamente. Forse è proprio questa convivenza a interessarmi oggi: non scegliere fra la parte seria e quella comica, ma lasciare che esistano insieme senza che una debba annullare l’altra.
La resilienza del comico non è invulnerabilità
Per questo la storia di Cantrill funziona così bene. Non perché dimostri che i comici sono particolarmente resilienti. Dimostra quasi il contrario: uno che pensa di esserlo abbastanza scopre, nel momento meno opportuno, che forse una ripassatina non gli avrebbe fatto male. La comicità nasce dalla collisione fra l’immagine che aveva di sé e ciò che è appena accaduto.
Ed è molto più interessante della solita storia nella quale il professionista esperto supera brillantemente la difficoltà grazie agli insegnamenti accumulati negli anni. Qui il professionista esperto prende una porta in faccia e la prima cosa intelligente che fa è riconoscere che la porta era effettivamente lì. Poi arriva la battuta. Non prima. Questa sequenza conta moltissimo, perché se la battuta arriva prima del riconoscimento rischia di essere una fuga. Se arriva dopo può diventare una forma di riscrittura.
Credo che questo sia uno dei punti sui quali voglio costruire la Stand Up Therapy. Non insegnare alle persone a non fallire e nemmeno convincerle che fallire sia bellissimo. Fallire continua generalmente a fare schifo e non vedo nessun motivo per rovinare questa antica tradizione. Ma il fallimento racconta sempre una storia su di noi: “Non sono capace”, “non dovevo provarci”, “ho fatto una figura di merda”, “gli altri sono migliori”. Il problema è che, quando siamo completamente dentro l’esperienza, quella storia sembra spesso l’unica disponibile.
La comicità può aprire una seconda finestra. Non sempre. Non immediatamente. Non su tutto. Ma qualche volta sì. E quando succede il fatto rimane identico: la battuta non ha funzionato, lo sketch è morto, abbiamo sbagliato, siamo caduti. Soltanto che adesso possiamo guardarci mentre cadiamo. E magari scoprire che la caduta aveva un tempismo perfetto.
La resilienza comica non consiste nel non fallire. Consiste nel non lasciare che il fallimento scriva da solo l’ultima battuta.
Andrea Magini – autore, attore e cantautore italiano.
Scrive di spettacolo, musica e narrazione contemporanea




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