Il piano perfetto funziona soltanto nei giorni perfetti

È settembre e Internet ha deciso che abbiamo ancora quattro mesi per diventare persone migliori. La nuova, o meglio ritornata, parola d’ordine è Great Lock In: scegli qualche obiettivo, concentrati, elimina le distrazioni e arriva alla fine dell’anno in una versione possibilmente migliorata di te stesso. Devo ammettere che come idea non mi dispiace affatto. Anzi, appartengo a quella categoria di persone che davanti alla frase “da oggi cambiamo tutto” non prova paura, ma una specie di entusiasmo infantile. Perfetto. Da oggi facciamo tutto. Ci alziamo prima, lavoriamo meglio, leggiamo di più, mangiamo bene, finiamo i progetti, facciamo attività fisica, sistemiamo le cose lasciate a metà e, già che ci siamo, magari impariamo anche il portoghese. Il problema di solito arriva verso il terzo giorno.
Non perché gli obiettivi fossero sbagliati. E neppure perché siamo improvvisamente diventati pigri, incoerenti o privi di forza di volontà. Il problema è molto più banale: abbiamo progettato il programma immaginando di essere ogni giorno nella nostra versione migliore. Quella riposata, motivata, concentrata, senza imprevisti, senza telefonate, senza una notte dormita male, senza una giornata in cui il cervello decide autonomamente di aprire ventisette pensieri contemporaneamente. In altre parole abbiamo costruito un piano perfetto, dimenticandoci un dettaglio: i giorni perfetti sono pochissimi.
Il fascino pericoloso del cento per cento
Nel mio libro L’asino che ragliava meglio parlo di una cosa che ho chiamato Regola del 30%. Il nome non nasce da una teoria matematica e non pretende di essere una formula scientifica. Nasce da un problema molto più concreto: per molto tempo ho costruito programmi pensando a quello che avrei potuto fare nelle condizioni migliori, invece di chiedermi che cosa sarei riuscito a mantenere nelle condizioni normali. E le condizioni normali comprendono inevitabilmente stanchezza, distrazioni, giornate storte, imprevisti e quella meravigliosa capacità che possiede la vita di ignorare completamente la nostra agenda.
Se immagino di poter funzionare al cento per cento e costruisco tutto su quel cento per cento, basta una giornata al sessanta per sentirmi già in ritardo. Al quaranta comincio a pensare di aver fallito. Al trenta, invece di fare quello che posso, rischio di non fare più niente perché ormai il programma è saltato. È una delle trappole più stupide e più efficaci che conosca: trasformare una giornata imperfetta in una giornata inutile. Da qui nasce la mia regola. Prima costruisci qualcosa che possa funzionare anche al trenta per cento. Poi, quando hai energia per fare cento, benissimo.
Il problema non è puntare in alto
Questa è una distinzione importante, perché appena dici una cosa del genere qualcuno pensa immediatamente che tu stia invitando le persone ad accontentarsi. È esattamente il contrario. Io sono uno che tende naturalmente a puntare in alto, a volte anche troppo. Nel lavoro artistico lo faccio continuamente: uno spettacolo nasce da un’idea che, all’inizio, è quasi sempre più grande dei mezzi, del tempo e delle condizioni disponibili. Fare regia significa anche questo: immaginare la versione ideale e poi costruire quella realmente possibile senza perdere il cuore dell’idea.
Il problema quindi non è avere un obiettivo ambizioso. Il problema è costruire un sistema che può funzionare soltanto quando sei al massimo. Perché un sistema del genere non misura la tua capacità: misura semplicemente quante giornate perfette riesci ad avere di seguito. E, se il criterio è quello, siamo quasi tutti destinati a perdere.
Il terzo giorno non è un fallimento
Le challenge di Internet hanno spesso una caratteristica curiosa: mostrano benissimo l’inizio. Il quaderno nuovo, la scrivania sistemata, le scarpe da ginnastica, la lista degli obiettivi, magari una bevanda in una tazza molto fotogenica. È tutto bellissimo perché il primo giorno possiede una cosa che il diciassettesimo non avrà più: la novità. La vera costruzione comincia dopo, quando non c’è più niente da inaugurare e quello che hai deciso deve convivere con la tua vita reale.
È lì che secondo me dovremmo cambiare domanda. Non “sono riuscito a rispettare perfettamente il programma?”, ma “qual è la versione minima di questa cosa che posso fare anche oggi?”. Se avevo previsto due ore di lavoro e ne posso fare quaranta minuti, quei quaranta minuti esistono. Se avevo previsto dieci pagine e riesco a leggerne tre, quelle tre pagine non sono una sconfitta. Se oggi posso fare soltanto il trenta per cento, il trenta per cento non è poco: è infinitamente più del niente che spesso produciamo quando decidiamo che, non potendo fare tutto, tanto vale non fare nulla.
La disciplina deve sopravvivere anche a noi
Mi piace l’idea del Great Lock In proprio perché contiene una cosa sensata: non aspettare gennaio. Settembre può essere un buon momento per riprendere qualcosa, correggere una direzione, decidere che gli ultimi mesi dell’anno non devono essere necessariamente una lunga sala d’attesa del prossimo. Ma se dovessi aggiungere una regola alla challenge sarebbe questa: costruisci il tuo programma pensando anche alla persona che sarai quando non ne avrai voglia.
Perché quella persona arriverà. Non è un sabotatore, non è la parte debole di te, non è qualcuno da prendere a schiaffi metaforici davanti allo specchio. Sei sempre tu, soltanto con meno energia, meno attenzione o una giornata più complicata. Un sistema intelligente non finge che quella versione non esista. La prevede.
In teatro, nella musica, nella scrittura e praticamente in qualunque progetto abbia portato avanti, ho imparato che la continuità raramente assomiglia a una linea perfettamente dritta. Ci sono giorni in cui fai moltissimo e giorni in cui riesci soltanto a tenere aperta la porta. Ma a volte è proprio quello il lavoro: non chiuderla.
Il 30% sostenibile batte il 100% immaginario
Internet ama moltissimo le trasformazioni. Prima e dopo. Giorno uno e giorno cento. La versione vecchia e quella nuova. Sono immagini efficaci perché raccontano una storia pulita, mentre la vita vera tende ad avere una sceneggiatura molto meno elegante. Miglioriamo, torniamo indietro, ripartiamo, ci fermiamo, impariamo qualcosa, dimentichiamo quello che avevamo imparato e magari lo capiamo davvero sei mesi dopo.
Per questo, se da settembre a dicembre qualcuno vuole chiudersi metaforicamente dentro i propri obiettivi, gli auguro sinceramente di riuscirci. Io aggiungerei soltanto un piccolo dettaglio al progetto: lasciare una porta aperta per i giorni storti. Non per scappare, ma per poter rientrare.
Perché il problema dei grandi cambiamenti non è iniziarli. Quello, con un po’ di entusiasmo, siamo bravissimi a farlo. Il problema è costruirli in modo che continuino a esistere anche quando siamo stanchi, distratti, imperfetti e molto meno eroici di quanto avevamo previsto il primo giorno.
Alla fine la mia regola resta questa: il 30% sostenibile batte il 100% immaginario.
Quasi sempre.
Andrea Magini – autore, attore e cantautore italiano.
Scrive di spettacolo, musica e narrazione contemporanea




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