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Un follower ti incontra. Un lettore resta.

andreamagini
1 set
Tempo di lettura: 5 min


Follower e lettori: confronto tra l’attenzione veloce dei social media e la lettura profonda di un libro.

Oggi esce il primo romanzo di MrBeast, scritto insieme a James Patterson. MrBeast, per chi fosse riuscito a evitare Internet negli ultimi dieci anni, è probabilmente il creator più famoso del pianeta. Centinaia di milioni di persone lo seguono, guardano i suoi video, partecipano alle sue sfide, conoscono il suo modo di raccontare il mondo. Eppure, per vendere un libro, persino lui ha deciso di mettere sul tavolo una sfida da un milione di dollari. La cosa mi ha fatto sorridere, ma non per cattiveria, anzi, mi ha fatto pensare a una differenza che spesso dimentichiamo: un follower e un lettore fanno due mestieri completamente diversi.

Seguire qualcuno sui social è facile! No, non nel senso che sia banale costruire un pubblico — quello è difficilissimo — ma nel senso che l’azione richiesta a chi guarda è minima. Scorri, ti fermi, guardi, magari metti un like, magari no. Tre secondi, dieci secondi, un minuto. Poi passi oltre. Leggere è un’altra cosa. Leggere significa fermarsi. Significa entrare in un testo e concedergli tempo. Significa accettare che per qualche minuto non succeda niente di più importante di una frase, e questa, nel 2026, è quasi, e forse anche senza "quasi", una forma di ribellione.

Il problema non sono i social

Io non ho niente contro i social ( Sarebbe anche abbastanza ridicolo averne, visto che li uso, ci lavoro, ci promuovo spettacoli, musica e libri) Il problema nasce quando cominciamo a credere che attenzione e interesse siano la stessa cosa.

Un contenuto può attirare attenzione senza generare nessun rapporto reale, può fare migliaia di visualizzazioni e lasciare pochissimo oppure essere visto da persone che cinque minuti dopo non ricordano neppure chi l’ha pubblicato.

Un libro funziona quasi al contrario: spesso parte più lentamente, raggiunge meno persone, ma quando funziona entra più profondamente, non ti incontra soltanto ma ti accompagna per un tratto. Per questo trovo interessante che persino un personaggio con un pubblico enorme come MrBeast debba affrontare un problema che, in piccolo, riguarda qualunque autore: convincere qualcuno a seguirti non significa averlo convinto a leggerti.

Lo sto imparando con L’asino che ragliava meglio

Quando ho pubblicato L’asino che ragliava meglio ho scoperto una cosa che, almeno in teoria, avrei dovuto sapere già: le persone possono conoscerti senza essere lettori, possono averti visto a teatro, ascoltato una canzone, seguito in televisione, incontrato sui social, insomma...possono sapere perfettamente chi sei, ma questo non significa automaticamente che compreranno un tuo libro.

Perché il libro chiede una cosa diversa dalla semplice curiosità, un libro ti chiede fiducia, ti chiede anche di spendere qualche euro, certo, ma soprattutto ti chiede qualche ora della tua vita, e il tempo, molto più del denaro, è diventato una moneta difficilissima da ottenere. Quando una persona apre un libro sta dicendo: “Va bene, per un po’ resto qui”. È una promessa molto più grande di un like.

Il follower consuma. Il lettore conversa.

C’è poi un’altra differenza che mi interessa ancora di più, il follower spesso riceve qualcosa già confezionato: una frase, un’immagine, un video, un pezzo di musica, lo guarda, reagisce e va avanti, il lettore invece deve collaborare perchè una pagina non funziona senza di lui! Deve immaginare, collegare, ricordare qualcosa di proprio, magari essere in disaccordo.

Quando qualcuno mi scrive dopo aver letto L’asino che ragliava meglio, quasi mai mi parla soltanto di quello che ho scritto. Mi racconta qualcosa di sé. “Quella cosa succede anche a me.” “Quella frase mi ha fatto pensare a mio figlio.” “Qui non sono d’accordo.” “Questa pagina l’ho sottolineata.” Ed è lì che il libro smette di essere mio e diventa una conversazione. I social possono fare la stessa cosa, naturalmente, ma il ritmo con cui funzionano li spinge quasi sempre nella direzione opposta: velocità, quantità, reazione immediata. Il libro invece ha ancora il privilegio della lentezza.

Cinquecento milioni di follower non sono cinquecento milioni di lettori

È una frase talmente ovvia che quasi non dovrebbe essere necessario scriverla. Eppure continuiamo a misurare tutto con gli stessi numeri: follower, visualizzazioni, reach, impression, come se esistesse un' equazione capace di trasformare automaticamente l’attenzione in relazione...spoiler: non esiste.

Puoi avere un milione di follower e vendere pochissimi libri e puoi, di contro, avere un pubblico minuscolo e vendere moltissimo rispetto alle persone che raggiungi, perché cambia la qualità del rapporto.

È la stessa differenza che conosco da anni facendo spettacolo. Puoi avere una piazza piena di gente che passa, guarda cinque minuti e poi se ne va, oppure puoi avere cento persone sedute in un teatro che hanno comprato un biglietto e deciso di stare con te per un’ora e mezza, il numero è più piccolo ma il rapporto è infinitamente più grande.

Come autore, come attore e come regista questa differenza la sento continuamente. La vera domanda non è mai soltanto “quante persone ci sono?” ma,soprattutto: quanto queste persone sono dentro quello che sta succedendo?

Forse stiamo confondendo pubblico e comunità

La parola “community” sui social viene usata tantissimo. A volte a ragione e altre volte no, altre volte chiamiamo comunità semplicemente un numero in alto su una pagina, ma una comunità non è fatta soltanto di persone che sanno che esisti, è fatta di persone che tornano, che riconoscono il tuo linguaggio, che si aspettano qualcosa da te, che magari non sono d’accordo con te, ma vogliono comunque sapere cosa hai da dire.

Per un autore questo vale ancora di più, non mi interessa avere mille persone che comprano un libro perché hanno visto una pubblicità e poi spariscono, mi interessa molto di più capire se esistono persone che, dopo averlo letto, avranno voglia di leggere anche quello successivo, quella è la differenza fra una vendita e un lettore e forse è anche la differenza fra avere pubblico e costruire qualcosa.

I social servono. Ma non fanno il lavoro del libro.

Ogni tanto sento dire che oggi i libri si vendono sui social. È vero e non è vero. I social possono farti scoprire, possono incuriosire, possono portarti davanti a qualcuno, ma poi arriva un momento in cui devono togliersi di mezzo.

Perché se quella persona apre il libro, il social ha finito il suo lavoro, a quel punto restano soltanto due persone: chi ha scritto e chi sta leggendo. Non c’è algoritmo, reach o engagement rate, ma solo una pagina e qualcuno che decide se girarla, è un rapporto molto antico e, forse proprio per questo, ancora incredibilmente moderno.

Un follower ti incontra. Un lettore resta.

Forse è questo che mi piace di più della faccenda, viviamo in un’epoca ossessionata dalla possibilità di raggiungere milioni di persone, eppure continuiamo ad avere bisogno di convincerne una alla volta a restare.

MrBeast può avere centinaia di milioni di follower e organizzare una sfida da un milione di dollari. Io posso avere numeri infinitamente più piccoli ma, alla fine, davanti a un libro, il problema è identico.

La persona apre la prima pagina, poi la seconda, poi decide: continuo oppure no? Tutto il resto — campagne, social, follower, pubblicità, algoritmi — serve soltanto a portarla fin lì. Dopo, il libro è da solo. E forse è anche per questo che continuo ad amare scrivere.

Perché un follower ti incontra. Un lettore, se sei stato bravo, resta.



Andrea Magini – autore, attore e cantautore italiano.

Scrive di spettacolo, musica e narrazione contemporanea

 
 
 

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