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Il lavoro fatto bene ha un difetto: a un certo punto non si vede più

andreamagini
13 ore fa
Tempo di lettura: 6 min



Sciopero Apple Store, Blog di Andrea Magini

Dentro arrivava il futuro, fuori scioperava chi doveva venderlo

Venerdì 18 settembre davanti agli Apple Store italiani c'era una scena talmente perfetta che, se l'avesse scritta uno sceneggiatore, probabilmente qualcuno gli avrebbe detto di renderla un po' meno didascalica. Dentro arrivavano i nuovi iPhone, gente pronta a comprare uno degli oggetti tecnologici più desiderati del momento; fuori scioperavano i dipendenti dei negozi. Oltre 1.600 lavoratori in 17 store coinvolti nella mobilitazione, con i sindacati che hanno parlato di organici insufficienti, aumento dei carichi e pressione sulla produttività; Fisascat ha poi dichiarato un'adesione media allo sciopero del 70%. Apple, dal canto suo, ha risposto rivendicando salari e benefit competitivi e ha mantenuto aperti i negozi.

Non voglio entrare nel merito della vertenza, anche perché servirebbe molto più di un articolo del mio blog e possibilmente qualcuno che conosca contratti e turnazioni meglio di me, che già quando devo capire una bolletta dell'Enel mi sento improvvisamente inadatto alla vita adulta. Quello che mi ha colpito è la fotografia: da una parte il prodotto, dall'altra il lavoro necessario perché quel prodotto arrivi fino a noi. Il primo deve essere visibile, bellissimo, desiderabile, illuminato nel modo giusto. Il secondo, quando tutto funziona, tende invece a sparire.

E questa cosa riguarda molto più degli Apple Store.

Ci accorgiamo del lavoro soprattutto quando qualcosa va storto

Prendete un tecnico audio. Se fa bene il suo mestiere durante uno spettacolo, normalmente nessuno esce dicendo: «Magnifica serata, soprattutto quel compressore sul canale tre». Ed è giusto così, sarebbe anche una conversazione abbastanza difficile da sostenere al bar dopo. Il pubblico deve sentire uno spettacolo, non il mixer. Però basta che un microfono fischi per tre secondi e improvvisamente tutti scoprono l'esistenza del fonico.

Succede con un cameriere, con chi pulisce una stanza d'albergo, con chi monta un palco, con chi prepara un programma televisivo, con chi gestisce un server, con chi organizza un evento. Se il lavoro è fatto bene, il risultato arriva senza spiegazioni. Se qualcosa salta, appare all'improvviso tutta la macchina che fino a un secondo prima era invisibile.

Da parecchi anni esiste perfino un'espressione studiata in sociologia: invisible work, lavoro invisibile. Non indica una sola categoria precisa di attività; la ricerca ha usato il concetto per descrivere forme di lavoro che, pur essendo indispensabili, rimangono poco riconosciute perché avvengono dietro le quinte, vengono considerate naturali oppure semplicemente non entrano negli indicatori con cui decidiamo cosa conta come “lavoro”. Susan Leigh Star e Anselm Strauss alla fine degli anni Novanta parlavano proprio di un'ecologia del lavoro visibile e invisibile, mentre studi successivi hanno cercato di capire i meccanismi culturali, giuridici e perfino spaziali che fanno sparire alcune attività dalla nostra percezione.

Detta così sembra roba da convegno universitario, ma in realtà la incontriamo tutti i giorni.

La semplicità è una delle cose più faticose da costruire

Nel mio mestiere questa faccenda diventa quasi paradossale perché molto spesso il lavoro serve esattamente a cancellare il lavoro.

Una battuta deve sembrare arrivata in quel momento. Una canzone deve scorrere senza che chi ascolta cominci a chiedersi perché il basso è entrato quattro battute dopo. Una conduzione deve sembrare una conversazione, anche quando dietro c'è una scaletta. In teatro puoi provare per giorni affinché una cosa sembri accadere per la prima volta. Se alla fine il pubblico vede lo sforzo, qualche volta significa semplicemente che non hai ancora lavorato abbastanza.

E la cosa buffa è che questo produce un equivoco gigantesco: se qualcosa sembra facile, tendiamo a pensare che sia stato facile farla.

Non è sempre così, naturalmente. A volte una cosa sembra facile perché lo è davvero e buon per chi l'ha fatta, vorrei ricevere l'indirizzo. Ma molte delle cose che definiamo “naturali”, “semplici”, “immediate” sono il risultato di una quantità notevole di decisioni eliminate una alla volta.

Togliere è lavoro.

Quando scrivo una canzone, per esempio, quello che rimane alla fine non racconta tutte le strade che ho scartato. Se cambio una parola dieci volte, nel brano ne resta una. Le altre nove non vengono pubblicate in edizione deluxe con la scritta «guardate quanto mi sono impegnato». E meno male. Però sono esistite e hanno contribuito alla decima.

Lo stesso vale per una battuta. Il pubblico sente dieci secondi; non deve sapere se dietro quei dieci secondi c'erano due settimane, dieci minuti oppure un colpo di fortuna mentre cercavo le chiavi della macchina. Il suo mestiere è ridere, non compilare il consuntivo.

Il problema arriva quando confondiamo ciò che non vediamo con ciò che non esiste

Qui però l'affare cambia.

Perché una cosa è che il lavoro diventi invisibile nel risultato, un'altra è che la sua invisibilità diventi il motivo per cui smettiamo di attribuirgli valore.

Ed è una distinzione mica piccola.

Un software dovrebbe essere semplice da usare, ma qualcuno ha lavorato perché lo fosse. Un ristorante dovrebbe farti passare una serata senza costringerti a conoscere la logistica della cucina, ma la logistica esiste. Uno spettacolo non dovrebbe richiedere allo spettatore una laurea in organizzazione teatrale per essere goduto, ma qualcuno ha caricato, montato, provato, corretto, telefonato, contrattato, aspettato, rifatto e probabilmente bestemmiato in almeno due momenti strategici della giornata.

La nostra epoca, invece, ha sviluppato una passione particolare per la parola istantaneo. Consegna istantanea, risposta istantanea, musica istantanea, immagini istantanee, contenuti istantanei. Premi un tasto e arriva qualcosa.

Solo che dietro molti di quei tasti ci sono persone.

A volte addirittura il successo di un sistema consiste nel farcele dimenticare.

Ed è qui che la scena dell'iPhone diventa interessante. Non perché Apple sia un caso unico, anzi, ma perché il contrasto era visibile nello stesso metro quadrato: il prodotto raccontava la semplicità, la protesta ricordava il lavoro.

Anche l'intelligenza artificiale ci sta facendo lo stesso scherzo

C'è poi un altro motivo per cui questa storia mi interessa adesso.

Negli ultimi anni abbiamo iniziato a produrre cose con strumenti capaci di restituirci risultati in pochi secondi. Scrivi una richiesta e arriva un'immagine, una base musicale, un testo, un'analisi, una voce. Io questi strumenti li uso e non ho nessuna intenzione di fare la parte di quello che nel 1998 spiegava che Internet sarebbe passato di moda, anche perché abbiamo già dato.

Però proprio usandoli mi accorgo di una cosa: più il risultato diventa veloce, più diventa importante sapere dove si trova ancora il lavoro.

Se chiedo a una macchina cento soluzioni e poi scelgo, modifico, scarto, registro di nuovo, smonto, rimonto e decido cosa tenere, il fatto che una parte del processo sia diventata velocissima non significa che sia scomparsa la decisione. In certi casi significa il contrario: ho molte più possibilità e quindi devo sapere meglio cosa voglio.

È un problema che conosco anche facendo musica. Avere cento suoni non significa avere un arrangiamento. Avere venti versioni non significa avere una canzone. Avere una risposta immediata non significa avere trovato quella giusta.

La disponibilità del materiale e il lavoro creativo sono due cose differenti.

E forse nei prossimi anni dovremo diventare molto più bravi a distinguerle.

Non voglio vedere tutto il lavoro che c'è dietro

Tra parentesi: io non voglio affatto vivere in un mondo nel quale ogni cosa arriva accompagnata dal documentario sul sacrificio necessario per produrla.

Se compro una sedia non voglio che il falegname venga a cena per raccontarmi le difficoltà del secondo incastro. Se vado a teatro voglio vedere lo spettacolo, non le riunioni. Se ascolto una canzone non sono obbligato a conoscere i plugin utilizzati nel mixaggio e se mangio una pizza, con tutto il rispetto, vorrei evitare il podcast in otto puntate sulla lievitazione.

Il lavoro fatto bene deve anche poter scomparire.

È questo il punto interessante.

Scomparire dal risultato non significa dover scomparire dal valore.

Posso godermi qualcosa senza conoscere tutto ciò che è stato necessario per farla esistere e, nello stesso tempo, ricordarmi che la facilità con cui mi arriva non misura necessariamente la facilità con cui è stata costruita.

Anzi, qualche volta è proprio il contrario.

Forse dovremmo imparare a guardare anche il retro delle cose

Quella fotografia di venerdì scorso mi è rimasta in testa proprio per questo.

Dentro un negozio c'era un oggetto progettato per fare cose complicatissime senza farci percepire la complicazione. Fuori c'erano persone che chiedevano che una parte del lavoro necessario a sostenere quel sistema diventasse riconosciuta.

Non so come finirà quella vertenza e non uso quella protesta per dimostrare una teoria generale sul lavoro. .

Però mi ha ricordato una cosa che conosco bene e che forse riguarda tutti molto più di quanto sembri: quando qualcosa funziona perfettamente siamo portati a guardare soltanto ciò che è rimasto, mai tutto quello che è stato tolto per farlo funzionare così.

Vale per un telefono.

Vale per uno spettacolo.

Vale per una canzone.

Vale per una battuta che sembra venuta fuori mentre uno stava parlando.

E persino per una pagina scritta bene, che forse è il caso più vigliacco di tutti perché, quando funziona davvero, dovrebbe dare l'impressione che quelle parole non potessero essere messe in nessun altro modo.

Poi apri il cestino e trovi le altre diciassette versioni.

Ma quello, giustamente, il lettore non deve vederlo.

Deve soltanto sapere che il cestino esiste.



Andrea Magini – autore, attore e cantautore italiano.

Scrive di spettacolo, musica e narrazione contemporanea



 
 
 

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