Ci sono lavori in cui la mansione più faticosa non è scritta nel contratto

In questi giorni mi è capitato sotto gli occhi un tema che conosco bene, anche se non l’ho mai chiamato con grande entusiasmo usando parole inglesi. Una ricerca dell’Università di Westminster sta studiando l’ADHD masking nel luogo di lavoro, cioè quella quantità di energia che molte persone spendono non tanto per fare il proprio mestiere, quanto per sembrare adatte al posto in cui lo stanno facendo. La ricerca mette insieme parole che, già da sole, raccontano parecchio: masking, burnout, benessere, autenticità, accomodamenti.
Ora, siccome io non ho nessuna intenzione di trasformare ogni riflessione in un trattato clinico, la cosa che mi interessa non è fare il riassunto della ricerca. Quella, se serve, la leggeranno gli specialisti. A me interessa la domanda umana che c’è sotto, e che secondo me riguarda molta più gente di quanto si pensi: quanta parte del lavoro consiste davvero nel lavorare, e quanta nel recitare la parte di quello giusto?
Perché il punto, spesso, è tutto lì.
Arrivare puntuale. Fare il proprio lavoro. Ricordarsi tutto. Non interrompere. Non sembrare troppo. Non parlare troppo. Non distrarsi. Non farsi notare nel modo sbagliato. Non essere impulsivi. Non essere lenti. Non essere rapidi nel modo sbagliato. Non essere intensi. Non essere caotici. Non essere “strani”, che è una parola meravigliosa, perché la usano sempre quelli che si sentono normali per decreto.
A un certo punto viene da chiederselo davvero: stai lavorando o stai facendo il provino per la parte di uno che lavora bene?
La cosa buffa, si fa per dire, è che molti ambienti di lavoro amano raccontarsi come moderni, inclusivi, aperti alle differenze, attenti alle persone. Poi però il premio finale, nella pratica quotidiana, va quasi sempre a chi sa rassicurare il contesto. E rassicurare il contesto, molto spesso, non significa essere bravi. Significa essere leggibili. Essere compatibili. Essere uno che non crea attrito visibile. Uno che, anche quando fa fatica, riesce a far sembrare tutto semplice.
Solo che semplice non è.
Ci sono persone che per stare dentro un ufficio, una riunione, una routine, un gruppo di colleghi, mettono in campo una quantità di sorveglianza interna impressionante. Si controllano. Si trattengono. Si ricordano di ricordarsi. Si costruiscono appigli, rituali, sistemi, frasi di sicurezza, facce da circostanza, tempi di reazione accettabili, modalità di presenza socialmente decorose. E tutto questo mentre, teoricamente, dovrebbero anche lavorare.
È un po’ come se uno facesse il cameriere portando quattro piatti, ma nel frattempo dovesse pure fingere che quei piatti non pesano, che il vassoio non traballa, che il rumore lo diverte e che i clienti gli stanno persino simpatici.
Il problema è che questa fatica supplementare quasi mai compare da qualche parte. Non è scritta nel contratto. Non è in busta paga. Non entra nella valutazione annuale. Nessuno ti dice: “Guardi, oltre alla mansione è richiesta anche una costante opera di autocorrezione della sua personalità”. Eppure, in certi lavori, è esattamente ciò che succede.
Non parlo soltanto di ADHD, anche se qui il tema nasce da lì. Parlo di tutte quelle condizioni in cui la persona capisce, molto presto, che per essere considerata affidabile non basta fare bene. Deve anche apparire nel modo giusto mentre lo fa.
Che è una differenza enorme.
Perché fare bene un lavoro dovrebbe significare risolvere problemi, creare valore, assumersi responsabilità, mettere in campo capacità. Invece a volte si scivola in un’altra disciplina, molto meno dichiarata e molto più teatrale: la gestione della propria presentabilità. Devi sembrare ordinato, anche se il tuo ordine magari non assomiglia all’ordine degli altri. Devi sembrare concentrato, anche se per concentrarti hai bisogno di muoverti. Devi sembrare tranquillo, anche se dentro stai tenendo insieme quindici cose contemporaneamente con l’equilibrio precario di un giocoliere che ha dormito quattro ore.
Il punto non è che le regole non debbano esistere. Il punto è un altro: quante regole servono davvero al lavoro, e quante servono soltanto a difendere l’idea estetica che un ambiente ha del lavoratore giusto?
Perché sono due cose molto diverse.
Una riunione, per esempio, ha bisogno davvero che tutti pensino bene, che si ascoltino, che si arrivi a una decisione. Ma ha bisogno per forza anche che tutti manifestino attenzione nello stesso identico modo? Ha bisogno che nessuno prenda appunti in modo compulsivo, che nessuno si muova sulla sedia, che nessuno chieda una cosa “nel momento sbagliato”, che nessuno abbia bisogno di un promemoria in più? Oppure questa è solo liturgia aziendale travestita da professionalità?
È qui che, secondo me, entra in gioco una parola che mi interessa molto più di tante altre: autenticità. Che non significa andare al lavoro in ciabatte e insultare il capo nel nome della libertà interiore. Significa una cosa molto più seria: non dover spendere metà della propria energia per nascondere il proprio modo di funzionare.
Per molte persone essere se stesse sul lavoro è ancora un lusso. Non un diritto, non una normalità, non una bella intenzione nei manuali delle risorse umane. Un lusso. Qualcosa che puoi permetterti soltanto se sei già molto forte, molto indispensabile, molto protetto, o molto fortunato. Tutti gli altri, in un modo o nell’altro, trattano con il contesto. Tagliano pezzi, abbassano il volume, levigano angoli, addomesticano impulsi, imparano a sembrare più lineari di quanto siano.
Poi ci stupiamo se arriva il burnout. Come se fosse un fulmine a ciel sereno. Come se una persona potesse reggere per anni un doppio lavoro invisibile — lavorare e contemporaneamente sorvegliarsi — senza pagare dazio da nessuna parte.
La ricerca dell’Università di Westminster, che in queste settimane ha raccolto partecipanti adulti con ADHD e esperienza di lavoro, prova proprio a capire come il masking si leghi al benessere, al burnout, all’autenticità sul lavoro e agli accomodamenti eventualmente ricevuti. E trovo significativo che una ricerca del genere esista, perché già il fatto che si ponga la domanda dice molto: non stiamo parlando di un capriccio identitario, ma di un’esperienza concreta che tocca la qualità della vita lavorativa.
A me, però, interessa soprattutto un’altra cosa. E cioè che questa faccenda non chiede immediatamente una soluzione eroica. Chiede prima di tutto un cambio di sguardo. Chiede di domandarsi se davvero valutiamo le persone per ciò che sanno fare oppure per la tranquillità che ci danno mentre lo fanno. Chiede di capire se in certi ambienti la cosiddetta “professionalità” non sia, qualche volta, solo il nome elegante che diamo al conformismo.
Nel mio libro L’asino che ragliava meglio ho cercato fin dall’inizio di non scrivere né un manuale di auto-aiuto né un saggio scientifico. Mi interessava molto di più raccontare cosa significa stare al mondo quando il tuo modo di percepire, collegare, reagire, pensare e sentire non coincide perfettamente con il tracciato previsto. E forse il lavoro è uno dei posti in cui questa distanza si sente di più. Perché il lavoro, sulla carta, dovrebbe essere il regno delle competenze. Nella realtà, molto spesso, è ancora il regno delle forme.
E allora la domanda resta lì, semplice e scomoda: quanta parte del tuo lavoro consiste nel fare bene ciò per cui sei pagato e quanta nel convincere gli altri che il tuo modo di farlo non è troppo, non è storto, non è sbagliato, non è fuori scena?
Ci sono lavori in cui la mansione più faticosa non è scritta nel contratto.
Si chiama sembrare normale.
Andrea Magini – autore, attore e cantautore italiano.
Scrive di spettacolo, musica e narrazione contemporanea




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