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Qualcuno deve pur occuparsi della Mediocrità

  • andreamagini
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Immagine di accompagnamento all’articolo di Andrea Magini su arte e cultura come mezzo e non come fine

Viviamo in un’epoca ossessionata dalla forma. Ci viene chiesto continuamente di perfezionare lo strumento, di esibire la dote, di lucidare il contenitore. Tutto deve apparire rifinito, riconoscibile, spendibile. Ma c’è una domanda che raramente viene posta, forse perché è scomoda: l’arte e la cultura sono il mezzo o sono il fine?

Se la risposta è “il fine”, allora amici miei deponiamo le armi perchè abbiamo già perso.

Quando l’obiettivo di un artista diventa produrre un’opera esteticamente inappuntabile o un esercizio di stile destinato a pochi eletti, si costruisce una prigione dorata e l’arte, di fatto, smette di essere necessaria e diventa un trofeo sterile: qualcosa che brilla per un istante e non lascia traccia, se non nel momento dell’esibizione.

La necessarietà del messaggio

Il senso profondo del fare cultura risiede, infatti, nella sua funzione.L’arte non è il punto di arrivo, ma il mezzo necessario per veicolare un pensiero che si fa messaggio.

Non è una questione di saper fare tutto, né di rivendicare una presunta multidisciplinarietà. Parola che non significa nulla in realtà, non esiste l’artista multidisciplinare esiste l’artista che sceglie consapevolmente di sperimentare ogni forma sia funzionale a veicolare il proprio messaggio.

 Non tutti possiedono le stesse doti, ed è giusto che sia così. Il nodo è la responsabilità: come posso usare ciò che so fare, ed anche ciò che non so di saper fare, affinché il messaggio arrivi davvero a destinazione?

È lo stesso principio che mi guida nella scelta dei luoghi in cui far circolare un messaggio: il blog come spazio di sedimentazione del pensiero, la radio come comunità di ascolto, il palco come presenza fisica, la stampa come atto informativo. Ogni mezzo non è un moltiplicatore di visibilità, ma una risposta diversa alla stessa domanda: dove può arrivare davvero ciò che si sta dicendo?

Quando la forma deve piegarsi

Quando un messaggio è urgente, la forma deve piegarsi, se la necessità della comunicazione richiede la parola scritta invece della nota musicale, o il teatro invece della canzone, l’artista ha il dovere di cambiare frequenza.

È anche per questo che alcune idee, quando non trovano spazio nella forma breve o performativa, chiedono di diventare oggetto. Un libro, ad esempio, non è solo un contenitore più lungo, ma una scelta di responsabilità: un pensiero che accetta di restare, come è accaduto con L’asino che ragliava meglio, nato proprio dall’impossibilità di comprimere certi nodi in una forma più rapida o volatile.

Quando questo non accade, l’arte diventa un fine a se stessa, l’ego prende il sopravvento e il mezzo smette di essere uno strumento per trasformarsi in un idolo.

Il valore culturale della mediocrità

In questo scenario emerge un tema spesso ignorato dalle politiche culturali: il valore della mediocrità.

Assistiamo di continuo a una ricerca spasmodica della “professionalità”, soprattutto da parte delle amministrazioni locali, con risorse allocate esclusivamente secondo criteri di qualità presunta. Ma la qualità non può essere un presupposto: la qualità è, e deve essere, una conseguenza.

Per chi come me opera nel professionismo è relativamente semplice accedere a meccanismi virtuosi di finanziamento, intercettare risorse, sostenere una progettualità grazie a una capacità produttiva consolidata. La vera sfida, per una politica culturale illuminata, non è finanziare l’eccellenza già formata, ma garantire l’accesso al mezzo: anche alla compagnia amatoriale scalcagnata, al poeta improvvisato, al piccolo gruppo musicale.

Accesso, errore, crescita

Occuparsi della mediocrità non significa abbassare il livello. Significa creare il terreno da cui il livello può emergere.

Come ricordava Carmelo Bene, qualcuno deve pur occuparsi della mediocrità. Garantire l’accesso al mezzo anche a chi non è “ancora” un professionista — e magari non lo sarà mai — significa mantenere vivo l’humus della società.

Solo permettendo alla mediocrità di esprimersi, di sbagliare e di esistere, si crea un livello reale. Da quell’accesso indiscriminato emergerà, per necessità e per talento, il professionista di domani.

Cultura come responsabilità pubblica

Questa responsabilità non è astratta in alcuni casi prende la forma di un gesto concreto, misurabile, come accadde con il mio record di durata teatrale realizzato per beneficenza dieci anni fa: non un’impresa fine a se stessa, ma un’azione culturale che produceva un effetto reale sulla comunità, dimostrando che la cultura può essere, nel senso più pieno del termine, un atto politico non ideologico.

Il pubblico, nel tempo, si accorge di tutto.Riconosce quando il mezzo è diventato il fine e quando, invece, c’è un messaggio che chiede di essere ascoltato.

Quando la cultura smette di essere espressione autoreferenziale e torna a produrre effetti reali, smette di essere ornamento e diventa responsabilità pubblica. È in quel passaggio che l’arte torna necessaria. Non perché debba piacere a tutti, ma perché torna a incidere sul mondo.


Andrea Magini – autore, attore e cantautore italiano.

Scrive di spettacolo, musica e narrazione contemporanea


 
 
 

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