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IL RITORNO ALL'ORDINE: PERCHÉ OGNI CONTENUTO MERITA IL SUO DATABASE

  • andreamagini
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Il ritorno all’ordine: perché ogni contenuto merita il suo database – arte, tempo e struttura contro la cultura del feed

Siamo passati dal tempo della contemplazione a quello dello scorrimento. Ma l'arte non è un "feed": è una disciplina che richiede spazio, struttura e, soprattutto, il coraggio della persistenza.

Il limite tra sintesi e mutilazione digitale Esiste un limite sottile, ma invalicabile, tra la sintesi e la mutilazione. La sintesi è un processo intellettuale nobile; la mutilazione è invece l'adattamento forzato di un pensiero a una norma esterna. Oggi, la produzione artistica — musica, scrittura, teatro — ha smesso di rispondere alla propria necessità interna per sottomettersi a un cronometro invisibile imposto da algoritmi che non hanno orecchie per ascoltare, ma solo dati per quantificare.


Contro il "Tuttismo": Ogni contenuto merita il suo spazio naturale I social network non sono il "male" in sé, ma sono stati profondamente snaturati. Nati come strumenti di relazione, oggi pretendiamo di farci passare tutto: la profondità di un saggio, la struttura di un programma TV, l'emozione di un brano musicale. Ma mettere tutto sui social è un errore di prospettiva: se scrivi un libro sulla neurodivergenza (APC) come ho fatto io con “L’asino che ragliava meglio” , il suo posto è una libreria; se crei un contenuto d'analisi, la sua destinazione è un database dedicato, e crei una canzone il suo posto è la piattaforma di streaming (SIC).

Il vero dramma, soprattutto in Italia, è che l'industria è evaporata. Negli Stati Uniti la Film Industry è una struttura reale; lì il social è il mezzo, non il limite. Da noi, il dilettantismo digitale spaccia la mancanza di mezzi per "modernità", e per rendere accettabile questa mancanza di mezzi la si norma, un brano musicale deve durare meno di 3 minuti, uno spettacolo di stand-up Comedy 60 minuti di contenuti sintetizzabili in reel di 60 secondi. Ma un professionista non può accettare che la norma decida lo spazio del suo discorso, se per una canzone ho bisogno di 4 minuti e mezzo cosa si fa? Non si fa la canzone? Cosa avrei dovuto fare ? Non pubblicare “IL TEMPO”? O “Valzer per cuori stanchi” ? E chi lo ha deciso ? Chi ha deciso che uno spettacolo di Stand-up debba durare 60 minuti ? E se io ho bisogno di 80 minuti per dare compiutezza al mio ragionamento non si fa lo spettacolo ? Se per dare respiro ad una battuta mi servono 5 minuti di monologo che i fa si butta la battuta? Chi decide che un libro di 100 pagine sia troppo lungo o troppo corto ? Come si fa a normare il tempo di esposizione di un’idea?


Lotta Greco-Romana contro il Wrestling: La disciplina dell'arte Il sistema attuale ci vorrebbe tutti sullo stesso ring, a recitare una parte per il consenso facile. È il wrestling della cultura: rumoroso, costruito per chi non vuole vedere lo sforzo. Ma l'arte che pratico da trent'anni è lotta greco-romana. È una disciplina olimpica che non accetta finzioni. Un campione olimpico non sale sul ring del wrestling solo per avere più pubblico: sarebbe un tradimento.

In trent'anni di carriera, mi è capitato spesso di essere il "sottoclou" di fenomeni momentanei: trapper da miliardi di stream, o comici da reel social, orfani di struttura, gente che c’è e domani non c'è, soppiantata da altro cibo per algoritmi. Ma c'è un punto in cui bisogna scegliere: continuare a decorare il vuoto altrui, o diventare il fulcro del proprio nucleo? Ecco io preferisco essere il centro per cento persone che cercano un senso, che l'antipasto per diecimila che cercano il "nulla" da algoritmo.


Il Diritto alla Compiutezza e l'Ecologia Culturale , Tanti anni fa, quando ero piccolo ,una tra le frasi con le quali si indicava l’ignoranza di una persona era “ Non legge libri guarda solo le figure “, indicando così che fosse analfabeta. Ecco oggi siamo di fronte ad un nuovo livello di analfabetismo, quello funzionale, se un pensiero non ha un'immagine, per l'algoritmo non esiste, Se io scrivo un post sui social strutturato e denso riceve un minimo numero di like , se a quel post io allego una foto allora il numero dei like sale. Si guarda “le figure” non più il testo.

 Ma l'artista ha un compito nuovo: educare al tempo, il tempo che occorre per far fluire il messaggio dell’artista e ,ovviamente, il tempo che serve al fruitore per comprendere quel messaggio e farsi un opinione. E questo non si fa sui social, ma ricollocando tutto nello spazio corretto.

 Un brano di quattro minuti o un libro di cento pagine o duecento o trecento o cinquanta, hanno lo spazio che serve al messaggio per essere compiuto

Ecco perché ho deciso di spostare il mio pensiero altrove , i miei contenuti dove devono stare , è un atto di ecologia culturale. È decidere che la mia "olimpiade" si gioca altrove, dove contano la tecnica e la profondità. Non cerco più "like" in una piazza distratta, ma lettori in una stanza silenziosa, ascoltatori con la cuffia hifi in testa, e certo che dar spazio alla completezza del messaggio è pericoloso, la fuffa in 15 secondi può rimanere nascosta ma nel tempo esce fuori , ma va bene così, l’arte è anche verità , la da e la deve ricercare , c’è anche l rischio di perdere pubblico e ne sono conscio ma, se il pubblico ignora la lotta perché preferisce il wrestling, la lacuna è di chi guarda, non di chi combatte.


Andrea Magini – autore, attore e cantautore italiano.

Scrivo di spettacolo, musica e narrazione contemporanea

 
 
 

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